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Il razzismo è contro natura

Odio verso i neri, i bianchi, i disabili, i cristiani, i musulmani… abituati a dire “…quello è di un’altra razza”. In un momento in cui Michelle Obama pronuncia un discorso che sarà nei libri di storia e in cui l’odio spaventa più della morte, è bene ricordare la verità.

Non ha senso parlare di “razze umane”. Quando nel 1950 l’Unesco ha voluto chiudere il dibattito ufficiale sull’esistenza o meno di categorie (cioè razze) umane, il riferimento non è andato solo alla politica nazista, ma ha avuto un raggio ben più ampio, riportando la memoria al determinismo genetico del Settecento. Secondo questa teoria, naturalmente ormai screditata, le azioni di un essere umano sono riconducibili e/o determinate dal suo corredo genetico.
Nell’epoca razionalista tra il Settecento e l’Ottocento si tentarono possibili classificazioni scientifiche degli esseri umani. Il primo a farlo fu probabilmente lo svedese Linneo (1707-1778): nel saggio del 1758 Systema Naturae distinse gli uomini in europei (belli, muscolosi e “governati dalle leggi”), americani pellerossa (fondamentalmente collerici), asiatici (di pelle gialla e “malinconici”) e africani (neri, deboli e lenti). L’americano padre fondatore degli USA Benjamnin Rush (1745-1813) portò avanti la teoria secondo la quale tutti gli uomini in origine fossero bianchi, discendendo da Adamo ed Eva, e che i neri in particolare soffrissero di una strana malattia, il negroidismo, responsabile della loro pelle e punto di partenza per la ricerca di somiglianze con le scimmie, di uguale provenienza africana. Una delle prove a sostegno di queste idee furono le donne ottentotte (provenienti da una particolare tribù dell’Africa sudoccidentale) esibite per il mondo nei Freak Show da curiosi quanto ignoranti business-men americani.
Cercando di legittimare l’inferiorità attribuita ai “diversi” si praticarono teorie strampalate, come quella della misurazione del rapporto tra le lunghezze dell’avambraccio e del braccio, della distanza tra pene e ombelico, fino ad arrivare alla parte del corpo più interessante e misteriosa… la testa.

Manifesto degli scienziati razzisti

Guarda caso, il risultato ottenuto dopo migliaia di misurazioni craniche fu che in cima alla classifica gli anglosassoni e i teutoni poterono vantare di possedere in assoluto il cervello più grande, mentre i neri africani furono relegati, senza troppe spiegazioni, nelle ultime posizioni. I tentativi di dividere gli uomini in base a caratteri morfologici permisero di intraprendere seri studi genetici per rafforzare ulteriormente le posizioni estremiste. L’antropologo e climatologo Francis Galton (1822-1911), cugino di Charles Darwin, nel 1883 coniò il termine eugenetica per una metodologia di studi ed esperimenti volti al perfezionamento della specie umana operando una selezione artificiale dei caratteri ritenuti positivi (cioè eugenici). Così nel 1910 a New York venne fondato il centro di studi di eugenetica, col compito di controllare lo sviluppo del “cittadino migliore”, un puro modello americano. Naturalmente un principio simile fu alla base della teoria della razza ariana di Hitler; anche Mussolini non fu da meno: checché se ne dica, il Fascismo è stato tremendamente razzista: l’antropologo Guido Landra (1913-1980) divenne responsabile della “Demorazza” e su incarico di Mussolini diffuse (con ampio consenso) il Manifesto degli scienziati razzisti, scritto e firmato da personalità di prestigio della scienza italiana dell’epoca.

Siamo tutti colorati_eCrimenEppure ancora oggi, proprio da scienziati geniali ed unici nella storia, siamo costretti a scuotere dolorosamente il capo… pensiamo alle parole di James Watson, scopritore del DNA, quando nel 2007 disse che “i neri sono meno intelligenti dei bianchi”.
Un’affermazione a dir poco scioccante se si pensa al grande lavoro che la genetica ha portato avanti negli ultimi decenni, facendo scoperte strabilianti e portando prove scientifiche ufficiali che non esistono razze umane. Noi tutti infatti discendiamo da un piccolo gruppo di migliaia di persone vissute circa 150.000 anni fa in Africa orientale; i genetisti lo hanno scoperto attraverso il DNA mitocondriale (trasmesso solo per via femminile) grazie a ricostruzioni di sequenze di caratteri presenti nel DNA delle attuali popolazioni del mondo. I lavori sono stati molto lunghi e complessi, ma alla fine si è scoperto che discendiamo da una sola donna vissuta circa 150.000 anni fa (una “Eva mitocondriale”); non che fosse l’unica femmina,

ma l’unica con lo stesso DNA mitocondriale che si è conservato fino ad oggi e che caratterizza la nostra specie. Tutti gli altri DNA si sono invece estinti. Lo stesso meccanismo di ricostruzione è stato applicato sul cromosoma Y trasmesso in linea maschile. Si è così scoperto che tutti i 3 miliardi di cromosomi Y attualmente esistenti derivano dall’Y di un solo maschio vissuto chissà quando nel passato, una sorta di Adamo del cromosoma Y.
Dopo la prima grande migrazione dell’Homo Erectus, avvenuta più di un milione di anni fa dall’Africa verso l’Asia e l’Europa, si verificò una successiva ondata migratoria del gruppo di uomini, di cui “Eva” e “Adamo” facevano parte. Questo nuovo spostamento è avvenuto in tempi molto più recenti, non più di 100.000 anni fa. L’ipotesi che l’evoluzione degli uomini risalga alla prima migrazione dell’Homo Erectus e che quell’uomo arcaico si sia evoluto in quello moderno in modo indipendente da regione a regione è stata smentita dalla ricerca scientifica. La genetica ha dimostrato che il processo evolutivo è avvenuto tutto in Africa. Circa 100.000 anni fa l’Homo Sapiens si è spostato dall’Africa per dirigersi negli altri continenti. In Asia o in Europa ha indubbiamente incontrato e convissuto per un certo periodo con i suoi predecessori arcaici, partiti centinaia di migliaia di anni prima. È stato provato da reperti fossili che, ad esempio, neanderthaliani e uomini moderni hanno vissuto per un lungo periodo sullo stesso territorio; ma è altrettanto certo che non si sono mai incrociati. Non c’è infatti nessun legame tra il DNA dell’Uomo di Neanderthal e quello dell’uomo moderno: è pertanto da escludere una nostra diretta discendenza da quella specie.
La ricerca genetica ha dunque dimostrato, una volta per tutte, che non esistono razze umane. Le diversità morfologiche, cioè il diverso colore della pelle, dei capelli, le caratteristiche fisiche che ci distinguono uno dall’altro, sono solo piccole variazioni del nostro DNA, che invece è per la gran parte identico in tutti gli uomini presenti oggi sulla Terra.
Le diversità che caratterizzano i diversi gruppi umani non hanno un’origine biologica, hanno piuttosto un carattere etnico, cioè dipendono da elementi ambientali e culturali: per questo si parla di etnia.

(tratto da Intrecci storici vol 1 di Gentile, Ronga, Rossi; Editrice La Scuola 2014)

È chiaro ormai che non ha senso vedere il diverso negli altri: siamo tutti colorati, senza eccezioni. Lo siamo tutti, questa è la nostra natura.

Gianmaria Guida