Dei delitti e delle pene

Cesare Beccaria – Dei delitti e delle pene

Cesare Beccaria studiò la giurisprudenza presso l’Università di Pavia, ma non divenne mai un professionista del settore. L’esperienza che contribuì ad ispirarlo nella stesura del trattato fu quella legata ai circoli intellettuali dell’élite milanese (Il Caffè, l’ Accademia dei Pugni, le conversazioni con Pietro e Alessandro Verri, ecc…); l’impostazione letteraria, animata da spirito critico e filosofico, invade infatti tutta la stesura dell’opera e si preoccupa di ben argomentare ogni enunciato, al fine di dimostrare la validità dei principi accuratamente formulati.

Dei delitti e delle pene venne pubblicato per la prima volta a Livorno, in forma anonima, nel 1764; ancora duecentocinquanta anni dopo, continua ad essere considerato uno dei capisaldi del pensiero giuridico e filosofico inerente la giustizia penale. In pochissimo tempo l’opera riscosse un grande successo in tutta Europa, suscitando polemiche e forti scontri di pensiero tra gli intellettuali dell’epoca; un esempio su tutti fu Note ed osservazioni sul libro intitolato Dei delitti e delle pene (1765) di Ferdinando Facchinei, il quale definì Beccaria un impostore, un frenetico, uno sfacciato contestandogli le utopie di uguaglianza tra cittadini e di un Regno costituito sul libero consenso. L’anno seguente André Morellet tradusse il lavoro di Beccaria in francese e Voltaire ne scrisse un commento (Commentaire sur le traité des délits ed des peines). Sempre nel 1766 l’opera venne iscritta all’Indice, soprattutto a causa della distinzione che l’Autore presenta tra reato e peccato; mentre il primo offende la società e ne danneggia i pubblici interessi, il secondo si configura come un reato nei confronti di Dio, il quale vi si pone come unico e possibile giudice.
Nonostante alcune avversità, gli ambienti politici e culturali in cui le idee illuministe si radicavano accolsero l’opera con vivo interesse, al punto tale che l’imperatrice Caterina II di Russia invitò l’Autore a Pietroburgo per affiancarla nella stesura e nell’applicazione delle riforme in materia di giustizia.
Le idee che derivano dall’approfondita riflessione di Beccaria e che sono alla base dell’odierno diritto penale sono essenzialmente la presunzione di innocenza dell’imputato, la terzietà del giudice, la necessità di rendere pubbliche le prove del reato, l’adeguata proporzione fra i delitti e le pene, la particolare cura alla prevenzione dei delitti, l’attendibilità o meno di una testimonianza, la certezza e la prontezza della pena, il diritto al reo di provare la propria innocenza concedendo tempo e mezzi opportuni per farlo, l’impunità al complice palesatore di qualunque delitto, ecc… Tra gli argomenti più forti vi è quello relativo all’abolizione della pena di morte, dimostrata non essere né utile, né necessaria perché non è il terribile ma passeggiero spettacolo della morte di uno scellerato, ma il lungo e stentato esempio di un uomo privo di libertà (…) il freno più forte contro i delitti. Altrettanta forza ebbe il ragionamento contro la tortura: le dichiarazioni rese sotto tortura sono totalmente inattendibili non potendo ammettere che il dolore divenga il crogiuolo della verità... inoltre tale pratica non si può non rivelare altro che il mezzo sicuro di assolvere i robusti scellerati e di condannare i deboli innocenti.
Sono presenti poi tantissime altre osservazioni, argomentazioni, riflessioni in materia di giustizia che sono veramente illuminanti per un uomo occidentale vissuto a metà del Settecento. Proprio questo carattere innovatore e critico della cultura ormai arcaica e medievale del diritto è stata una qualità decisiva verso il successo senza tempo dell’opera.

I principi e le idee esposte da Beccaria si possono così riassumere:

  • Il diritto penale deve intervenire solo quando sia veramente necessario e utile al bene della società e non deve imporsi come difensore di una ostentata virtù morale;
  • Tutti i cittadini hanno il diritto di conoscere la legge in modo chiaro e certo;
  • La pena deve essere finalizzata ad impedire un nuovo danno alla società da parte del reo e deve colpire in misura proporzionata al crimine commesso;
  • La pena è tanto più minacciosa quanto viene inflitta con rapidità ed ineluttabilità;
  • La pena di morte è ingiusta perché nessun uomo la accetterebbe in termini contrattualistici tra società e Stato.

Inoltre mai dimenticare che perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi.

eCrimen propone il testo integrale, senza note e commenti (ad eccezione della breve premessa dell’Autore), lasciando al lettore la libertà ed il piacere di affrontare il testo per meglio assaporarlo e comprendere in autonomia il grande ruolo assunto da questo capolavoro della letteratura giudiziaria.

Clicca qui per visitare la scheda nel nostro catalogo.